Vorrei si sapesse che è con grazia
che ho annodato la tua voce
sulle guglie di Isfahan
e agli angoli della mia bocca
come un’idea sospesa
dalle ossa ancora piccole,
una biografia minuscola
dai dentini aguzzi e luccicanti
come spigoli di neve.
Lì ho posato anche la mia gola,
come su un bianco pettinino di lame,
dove la spezzata acuminata
rimanda il suo completamento
ad uno scrivere che guarda
e ad un ascolto che avvampa
se scaldati nel rigoglio
del glutine vermiglio del frutto.
venerdì 28 ottobre 2011
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